Giorno della Memoria. I Campi di
Internamento. Dove tutto iniziò...
Altri campi di internamento vennero ricavati a Cremona, Gussola, Marcaria, Pescarolo, Robecco d’Oglio e Piadena. Con la speranza che queste pagine di storia non vengano mai dimenticate e che, laddove non è già stato fatto

La Giornata Internazionale di commemorazione in memoria delle vittime della Shoah che ricorre oggi, venerdì 27 gennaio, è anche l’occasione per fare memoria di una pagina di storia, purtroppo, triste riguardante i nostri territori che si affacciano lungo le rive di Oglio e Po, dell’una e dell’altra sponda, e delle zone immediatamente limitrofe. Va ricordato che una delle prime iniziative italiane in seguito all’entrata in guerra al fianco della Germania nazista fu l’Istituzione, sul nostro territorio nazionale, e nei territori annessi del Regno di Jugoslavia, di una serie di campi di internamento, più di 250, riservati in primis ai profughi ebrei stranieri ma anche agli ebrei italiani ritenuti “pericolosi” per il semplice fatto di essere antifascisti, ed anche a gruppi di politici ed antifascisti non ebrei. Fu adottato il modello dei campi di confino; agli internati era di fatto permessa una certa libertà di movimento e un po’ di autonomia organizzativa. Potevano inoltre ricevere assistenza ed aiuti provenienti dall’esterno. Ecco quindi che gli internati potevano in qualche modo familiarizzare con le popolazioni locali ma, soprattutto, non furono consegnati ai tedeschi e quindi non vennero deportati di sterminio: questo, almeno, fino all’8 settembre 1943. Molto diversa fu la situazione per gli slavi, che subirono invece una autentica azione di pulizia etnica nei territori occupati dal nostro Paese. Le comunità ebraiche italiane si dettero da fare per i loro internati attraverso la istituzione della Delegazione per l’Assistenza agli Emigranti Ebrei. Anche la Chiesa si attivò, attraverso le proprie organizzazioni di carità, dal momento che nei campi c’erano anche parecchi cristiani cattolici ed ortodossi. In seguito alla caduta di Benito Mussolini del 25 luglio 1943 molti dei campi vennero aperti ed i prigionieri li poterono così abbandonare e la funzione di questi campi cambiò fortemente dopo l’8 settembre 1943 quando si passò dai campi d’internamento civile fascisti ai campi di concentramento della Repubblica Sociale Italiana, finalizzati alla deportazione di tutti gli ebrei, senza distinzione tra italiani e stranieri, con l’organizzazione di trasporti ferroviari verso i campi di sterminio tedeschi e polacchi (Auschwitz).
La decisione del luogo da destinare a sede d’internamento era legata al fatto che la zona non fosse stata dichiarata militarmente importante. Ecco perché, all’inizio, gli internati furono inviati nelle regioni dell’Italia centro-meridionale, perché si pensava che sarebbero state scarsamente interessate dalle guerra. Poi, col procedere delle operazioni militari e l’avvicinamento degli angloamericani alle regioni del Sud, i campi di internamento vennero spostati verso Nord. A Ferramonti di tarsia (Cosenza), nel 1940, fu aperto il più grande campo d’internamento fascista che poteva ospitare fino a 2mila ebrei e, alcuni di questi, furono poi inviati nel campo di internamento che sorgeva a Zibello. Ferramonti, va precisato, non fu un luogo di deportazione ai lager tedeschi ed era simile ad un piccolo villaggio con ben due sinagoghe, una cappella, un teatro, una biblioteca e, sotto la responsabilità del Ministero dell’Interno, gli internati ricevettero l’assistenza dell’Ente di assistenza ai profughi delle Comunità ebraiche. Altro importante campo di internamento fu quello maceratese di Urbisaglia mentre nel 1940 gli unici due campi dell’Italia Settentrionale si trovavano nel Parmense, a Montechiarugolo ed a Scipione (nei pressi di Salsomaggiore Terme). A partire dagli anni 1941-1942, numerosissimi campi di internamento e di prigionia furono aperti in tutto il Centro e Nord Italia, anche nelle terre dell’Oglio e del Po. Come si può leggere anche nel libro “La presenza degli ebrei nello Stato Pallavicino” (Lir edizioni) di Anna Pancini e Luigi Chini, ne sorsero a Colorno, Mezzani, Roccabianca, San Secondo Parmense, Sissa, Soragna, Sorbolo e Zibello per quanto riguarda la zona Parmense ed a Caorso per quanto riguarda il Piacentino. In più sorsero campi di prigionia a Fontanellato, Busseto (addirittura a Scipione un campo di concentramento della Repubblica Sociale Italiana), e Cortemaggiore. Per quanto riguarda l’area cremonese e mantovana che si estende tra il Po e l’Oglio, nel periodo compreso tra il 1942 ed il 1945, ci furono anche in questo caso campi di internamento destinati agli oppositori del regime, autentici centri di raccolta per coloro che venivano poi inviati al tristemente noto campo di concentramento delle Fraschette di Alatri, ma anche campi di lavoro per i prigionieri di guerra, e campi di internamento destinati agli stranieri ritenuti nemici dello stato, in maggioranza di origine greca. La più importante località di internamento fu quella di Cingia de’ Botti. Infatti secondo un documento segreto dello Stato Maggiore del reale Esercito, Ufficio protezione impianti a difesa Antiparacadutisti del 3 settembre 1942, nell’ospedale della frazione di Pieve Gurata sarebbero stati internati 72 congiunti di ribelli del Carnaro deportati dai territori della provincia annessa di Fiume, affidandone la sorveglianza a sette militari della stazione dei Carabinieri.
Come si legge sul sito campifascisti.it : “la Difesa Territoriale di Milano (sotto la cui giurisdizione ricade anche il territorio del comune di Cingia de’ Botti) considera non adeguata la sistemazione degli internati (troppo contatto con la popolazione civile) e propone al Ministero degli Interni di trasferire i “congiunti di ribelli” in un campo di concentramento. Le risposte del Ministero dell’Interno, sia dell’Ispettorato per i Servizi di Guerra (che ha disposto l’internamento), sia della Direzione di Pubblica Sicurezza, sono negative. I campi di concentramento per civili sono ormai saturi. Quello che si può fare è inviare gli internati presso i ricoveri di mendicità. Un modo, dice l’Ispettore per i Servizi di Guerra Giuseppe Stracca, anche per vigilare meglio gli internati. Di fatto, almeno a Cingia de’ Botti, gli internati sembrano già alloggiati presso un istituto ospedaliero. Almeno è così per un gruppo di 27 congiunti di ribelli (nel documento definito come secondo contingente) arrivato in provincia di Cremona il 28 luglio 1942 e internato presso l’Ospedale Germani di Cingia de’ Botti due giorni dopo. Al momento – si legge ancora sullo stesso sito – non disponiamo di elenchi nominativi e di informazioni dettagliate sulle persone internate nella località in provincia di Cremona. Però alcune informazioni importanti ci vengono da una corrispondenza tra la prefettura del Carnaro (Fiume) e il Ministero dell’Interno. “Si premette che i genitori della nominata in oggetto [Eleonora Mateicic], e i fratelli Znonimir e Mario, rastrellati da reparti del Regio Esercito nel corso delle operazioni di polizia militare compiute nella zona di Podkum1 vennero in un primo momento ristretti nel campo provvisorio di Laurana (Fiume) e poscia, in seguito a disposizioni impartite dall’Ispettorato per i Servizi di Guerra, avviati in provincia di Cremona, quindi internati nel comune di Cingia de’ Botti, ove attualmente si trovano”. Eleonora Mateicic, continua il prefetto del Carnaro nella lettera del 12 gennaio 1943, “che in quell’epoca non si trovava presso i familiari, ora è rimasta priva di ogni possibilità di appoggio morale e finora ha vissuto allogandosi come domestica in famiglie private; per aderire ad analoga richiesta della Mateicic, ed anche allo scopo di prevenire la possibilità che la predetta possa, spinta dal bisogno, svolgere attività deleteria, si propone che venga internata nel predetto comune per riunirsi ai suoi familiari”.Il Ministero dell’Interno si dice d’accordo con la proposta di internamento, ma poco prima della partenza di Eleonora Mateicic per Cingia de’ Botti dove dovrebbe ricongiungersi con la famiglia, il prefetto di Cremona con un telegramma urgente prega di sospendere il trasferimento perché tutti gli internati di Cingia de’ Botti stanno partendo per il campo di concentramento Le Fraschette di Alatri.In effetti, il 4 febbraio 1943, dalla provincia di Mantova arrivano a Frosinone e vengono fatti proseguire il giorno stesso per il campo Le Fraschette 79 internati. Il trasferimento è dovuto a un ordine del 20 gennaio 1943 firmato dal sottosegretario all’interno Guido Buffarini Guidi in cui si sollecitano le prefetture di diverse provincie del nord Italia, tra cui quella di Cremona, a far accompagnare al campo di concentramento Fraschette le famiglie dei congiunti di ribelli del Carnaro, mantenendo intatti i nuclei familiari ed escludendo le persone che hanno trovato una stabile occupazione. Nel frattempo, Eleonora Matecic ha trovato anche lei una stabile occupazione, ma a Fiume (presso la famiglia del tenente colonnello Giuseppe Maltese, giudice del Tribunale di Guerra), e rinuncia a raggiungere i familiari trasferiti a Fraschette di Alatri. Non sappiamo con certezza se i 79 internati trasferiti ad Alatri provengano tutti dal comune di Cingia de’ Botti (o anche da altre località di internamento della provincia di Mantova)”. Anche Casalmaggiore, insieme a Pizzighettone, venne individuata in provincia di Cremona come sede di un campo di prigionia. Questo, come riporta il sito storiedicasalmaggiore.it a cura di Guido Sanfilippo, in tutta fretta fu allestito nell’area normalmente adibita a Foro boario e Macello pubblico situati dal 1865 in via Azzo Porzio, nell’antico orto del convento dei Barnabiti che si estendeva dal cortile dell’attuale Museo del Bijou fino alla palestra di via Marconi e che offriva lungo il perimetro un ampio porticato cui si aggiunsero provvisori attendamenti. Nonostante la precarietà della sistemazione e la ristrettezza degli spazi, il campo di Casalmaggiore accolse un notevole numero di prigionieri ed al primo gennaio 1917, secondo i dati dell’Archivio Storico dell’Esercito, erano presenti 25 ufficiali, 8 cadetti e 447 soldati di truppa, in tutto 480 militari austriaci. Almeno otto di essi morirono durante la prigionia e vennero sepolti nel cimitero di Casalmaggiore. La loro tomba è collocata nel settore che accoglie anche i caduti italiani, e una semplice lapide marmorea reca incisi per ciascuno il nome, la data di nascita e di morte, il grado militare e una croce per i cristiani e una mezza luna per l’unico musulmano. Questo campo di prigionia fu l’occasione per il breve incontro tra Casalmaggiore e il poeta Umberto Saba (Trieste 1883- Gorizia 1957). Altri campi di internamento vennero ricavati a Cremona, Gussola, Marcaria, Pescarolo, Robecco d’Oglio e Piadena. Con la speranza che queste pagine di storia non vengano mai dimenticate e che, laddove non è già stato fatto, tutti i Comuni citati trovino l’occasione per dedicare una strada, un parco o, comunque, un luogo pubblico, alle vittime dell’Olocausto. In attesa che questo avvenga è bello riproporre la preghiera per la Shoah deò passionista Padre Antonio Rungi:
Signore Gesù Cristo, Messia atteso dai secoli,
unico Salvatore del mondo, ieri, oggi e sempre,
ci rivolgiamo a te, in questo giorno della memoria,
durante il quale, con profondo dolore,
ricordiamo le tante vittime dell’olocausto,
consumato ai danni dei nostri fratelli ebrei,
nei lager della Germania di Hitler.
Non permettere più che nel mondo
ci siamo stragi di persone innocenti,
di qualsiasi razza, religione, popolo,
nazione, condizione sociale e personale
o colore degli occhi o della pelle.
Mai più olocausti del genere,
ma solo pace e speranza per il mondo intero.
In questo giorno, in cui sentiamo forte l’appello
a fare memoria di quanti sono stati uccisi
nei lager nazisti e bruciati vivi,
quali veri martiri del ventesimo secolo,
nei forni crematori di Auschwitz,
Ti eleviamo la nostra umile preghiera,
perché possa illuminare le coscienze e i progetti
dei potenti di oggi e di sempre
di quella vera luce che viene dal cielo
e che Tu hai rivelato a Mosé sul Monte Sinai
e Gesù Cristo ha portato a compimento
sul Monte Calvario, ove tuo Figlio
si è sacrificato ed è morto per i peccati dell’umanità.
Noi rinnoviamo la nostra fede
nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe,
e ci impegniamo a vivere in comunione con tutti
i nostri fratelli e sorelle del mondo intero,
specialmente con i nostri cugini e predecessori
nella fede nell’unico Dio,
che a tutti ha lasciato come quinto comandamento
quello di Non uccidere e di amare e difendere la vita.
Perdona quanti hanno massacrato fratelli e sorelle
in umanità, durante la seconda guerra mondiale.
Mostri, come i tanti dittatori del secolo scorso,
non abbiano più spazio e possibilità di affermarsi,
in questa umanità del terzo millennio dell’era cristiana,
ma vengano abbattuti con la forza della ragione e della fede
prima che compiano crimini di ogni genere.
Mai più Signore, esaltati e prepotenti che uccidono
e distruggono la vita della gente,
azzerando la speranza e la gioia dell’umano genere.
Mai più crimini contro l’umanità. Mai più per l’eternità!
Te lo chiediamo per l’intercessione di Maria, Regina della pace
e consolatrice degli afflitti e dei disperati,
Te lo chiediamo, inoltre, per intercessione
di San Massimiliano Kolbe,
vittima sacrificale sull’altare dell’olocausto
della Germania hitleriana.
Te lo chiediamo, infine, per intercessione
di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein,
la monaca carmelitana, convertita al cristianesimo,
che ha visto gli orrori infiniti della Shoà. Amen.
Eremita del Po, Paolo Panni