Terre emerse, terre sommerse:
in viaggio con l'eremita del Po
Le ipotesi, dunque, si sprecano, il mistero resta. Il fiume, nel suo incedere costante e nel suo straordinario silenzio, continua sempre ad essere uno straordinario scrigno di storia, ed un protagonista assoluto dei nostri territori.

Si infittisce il mistero legato alle rovine riemerse al confine tra le province di Cremona, Parma e Piacenza all’altezza dello spiaggione che sorge in sponda sinistra a ridosso dell’area occupata dall’azienda faunistico venatoria Isola Gerola di Stagno Lombardo, di fronte all’oasi di Isola Giarola di Villanova sull’Arda ed alla foce del torrente Ongina.
Numerose sono le ipotesi, tutte plausibili, che circolano circa la loro origine. Tra le più accreditate quella che possa trattarsi dei resti dell’antico borgo di Polesine di San Vito, da tempo “divorato” dal Grande fiume. Anziani di Polesine Parmense, che chi scrive queste righe ha contattato in questi giorni, affermano che negli anni Ottanta, quando vennero fatte esplodere (incaricando un palombaro) le antiche mura che, nel fiume, ostruivano e rendevano pericoloso il transito delle bettoline, alcune rovine vennero portate inizialmente a monte, nell’area in cui sono ora riemerse.
Ipotesi ovviamente verosimile e fondata ma che, di certo, non sgombera il campo e non fornisce una risposta definitiva. Altri anziani sostengono inoltre che, a circa cinquecento metri dall’Antenna del Porto, fino a non molti decenni fa esistevano le rovine di una chiesa, che vennero fatte brillare per motivi di sicurezza relativi, anche in questo caso, al passaggio delle bettoline. Anche in questo caso la chiesa in questione dovrebbe essere quella di Polesine di San Vito.
Dovrebbe, appunto, perché il condizionale rimane d’obbligo. Resta infatti fondata anche l’ipotesi che possa trattarsi dei resti dell’antica chiesa di Brancere. Come si può leggere anche sul sito della parrocchia di Stagno Lombardo, grazie alle memorie lasciate da don Remo Caraffini, “rispolverate” e valorizzate dall’attuale parroco don Pierluigi Vei, nel 1756 l’antica chiesa di proprietà del Real Ordine Costantiniano o Costantinopoliano della Steccata di Parma era costruita nei pressi di San Giuliano/Soarza e, a causa dell’inondazione del Po di quell’anno, venne abbandonata e finì per essere distrutta. Che si tratti dunque delle mura della chiesa esistita fino al 1756?
L’interrogativo è affascinante; la possibilità è plausibile. Sempre nelle memorie di don Caraffini si rileva che nel 1801 un’altra grande alluvione allagò la chiesa rimanendovi per 22 giorni e cinque anni più tardi di nuovo il Po sommerse il “nuovo” cimitero benedetto nel 1791 rendendo inservibili chiesa e canonica. Il territorio di Brancere, come altri vicini dell’Emilia Romagna (in particolare quelli di Olza, Castelletto, Tinazzo e Marianne) subì, nel corso del tempo, i pesanti effetti delle erosioni operate dal Grande fiume.
Nel 1813 una nuova chiesa fu costruita, con annessi cimitero e casa parrocchiale, oltre l’argine maestro, grazie alla donazione dell’avvocato Coppini, proprietario della Cascina Rondanina, su disegno dell’architetto cremonese Domenico Voghera (fratello del più famoso architetto Luigi) e venne consacrata il 2 maggio 1813, con asse della chiesa in direzione Nord-Sud e facciata rivolta a Sud. Nel 1867 la chiesa subì importanti lavori ma solo un anno più tardi, nel 1868, subì una nuova inondazione del Po con le acque che si ritirarono solo sei giorni dopo. In quello stesso anno venne definitivamente soppresso il Comune di Brancere, inglobato in quello di Stagno Lombardo.
Tra le inondazioni che colpirono il paese e i suoi edifici sacri, sono da ricordare anche quelle del 1801, 1806, 1917 e 1926, ma anche quella del 1833. A quest’ultima è legato il quadro miracoloso del “Nazareno” (che si conserva in parrocchia) accompagnato anche dalle annotazioni autografe del parroco dell’epoca che parla di tre miracoli e ne evidenzia la storia. A riguardo, in quaderni dell’Archivio Parrocchiale, don Remo Caraffini trascrive una nota del Parroco del 1870: “Nell’anno 1833 il fiume Po ingoiò varie possessioni che si trovavano in prossimità al fiume. Confinante con queste vi era anche quella del Conte Prosperi Tedeschi Baldini, di Piacenza, proprietario della cascina Ferrara. Uomo molto religioso fece un voto implorando che venisse risparmiata la sua ed essendo stata di fatto preservata la sua terra con la sua cascina, soddisfece al voto fatto facendo dipingere un artistico quadro rappresentante la Sacra Immagine di Gesù Nazareno, riscattata dai Padri Scapolari dalle mani dei Barbari Mori e Maomettani nella città di Fez in Africa [Marocco] e lo donò alla chiesa di Brancere e lo fece collocare sull’altare di S.Antonio di Padova nel giorno 15 di Settembre del 1833, giorno di domenica, in cui venne benedetta la Sacra Immagine, che ancora è lievito fermentatore di vita morale e religiosa in questa popolazione rurale“.
Le possibilità che le mura riemerse possano essere della vecchia chiesa di Brancere sono plausibili e sarebbe interessante (oltre che importante) cogliere l’occasione per effettuare, con gli idonei strumenti, indagini e verifiche analitiche in grado di fornire elementi in più sulla storia di quelle rovine.
Le vicende di Brancere sono da sempre legate al fiume. Va anche ricordato che la parrocchia fino al 1820 apparteneva alla diocesi emiliana di Fidenza. Come ricorda anche Dario Soresina nella sua “Enciclopedia Diocesana Fidentina”, nell’Oltrepò cremonese, ma nei limiti della parrocchia di Soarza, esisteva in passato un pubblico oratorio dedicato all’Ascensione di Nostro Signore, che era di ragione e di patronato dell’Ospedale della Misericordia di Cortemaggiore. Per aderire al desiderio della popolazione, motivato dalla distanza dalla chiesa parrocchiale di Soarza, per raggiungere la quale i fedeli erano costretti a traghettare il Po (con disagi e pericoli per la loro incolumit), il vescovo diocesano monsignor Adriano Sermattei, con decreto del 16 marzo 1714, erigeva Brancere in parrocchia, scorporandola totalmente da Soarza e gli abitanti, per l’acquistata autonomia, si impegnarono a provvedere il loro paese di una nuova chiesa, di arredarla e di dotarla del necessario.Con altro decreto con la stessa data e messo agli atti dal notaio Micheli, il vescovo Sermattei nominò il primo parroco nella persona del sacerdote don Rinaldo Ferrari e la parrocchia fu inclusa nel vicariato foraneo di Villanova sull’Arda. Tuttavia rimanevano insoluti altri problemi di carattere giurisdizionale, visto che Brancere, nettamente staccata dalla diocesi fidentina, gravitava totalmente su Cremona ed i centri cremonesi vicini. Così, per quasi un secolo, la parrocchia fu considerata quasi un’entità a sé stante, nella quale usi e costumi si differenziavano da quelli delle parrocchie più prossime della diocesi di Fidenza. Per queste ragioni il vescovo monsignor Luigi Sanvitale, in virtù delle lettere apostoliche di papa Pio VII date in Roma il 16 febbraio 1819, con atto del 23 settembre 1820, rimise la giurisdizione spirituale di Brancere al vescovo di Cremona.
Al primo parroco don Rinaldo Ferrari fu conferito il titolo di rettore, mantenuto dai suoi successori sino al momento in cui Brancere fu annesso alla diocesi di Cremona. I successori di don Ferrari furono don Giovanni Maria Bercini che guidò la parrocchia dal 1727 al 1764, don Antonio Gambara che fu parroco dal 1764 al 1774, don Giacomo Carrara dal 1774 al 1790 (passò poi canomico a Busseto) e don Giuseppe Verdelli, parroco dal 1790 al 1820.
Un’altra ipotesi circa l’origine delle rovine emerse riguarda la possibilità che possa trattarsi di resti della Cascina Ferrata di Brancere. Anticamente, in quella zona, prima della costruzione delle opere di difesa idraulica risalenti al secolo scorso, il fiume aveva tre diramazioni e la morfologia del territorio, nel corso del tempo, ha subito importanti modifiche.
Non mancano, in queste terre di confine, alcune “chicche storiche”, come quella del 1577 quando i dazieri della Longa del Po di Polesine inseguirono una barca carica di vino che aveva cercato di sfuggire al pagamento del dazio. I dazieri, in quella occasione, attraversarono il fiume e confiscarono l’imbarcazione, per poi restituirla successivamente ma trattenendo il vino.
Il fatto accadde tra Brancere e la riva destra del Po, entro l’ambito giurisdizionale di Polesine, ma il pretore di Cremona iniziò un processo penale per ribellione e turbativa dello Stato regio tanto contro i dazieri, che lo ignoravano, quando contro uno dei marchesi Pallavicino che, trovandosi per caso a caccia lungo la sponda del Po aveva assistito alla requisizione delle merci e che, in seguito, era stato addirittura condannato a morte. Poi, un giorno, prima che la memoria venisse preparata, giunse al porto di Polesine uno sconosciuto che fece domande ai dazieri, ai barcaioli e ai portinai e disse loro che presto i marchesi Pallavicino avrebbero dovuto comparire davanti al preside del patrimonio ducale di Milano per dimostrare i loro diritti sul medesimo porto dal momento che la Camera Ducale di Milano vantava non si sa bene quali pretese su di esso. Tuttavia i Pallavicino, rinnovando i sensi della loro stima e reverenza verso sua Maestà Cattolica, reiteravano la richiesta di non essere più infastiditi nel pacifico possesso dei loro diritti sul porto, sui dazi, sulle pesche, sui mulini e sulla giurisdizione del Po nel tratto di fiume compreso tra bocca d’Adda e il cantone del Bè da una parte e i confini di Zibello dall’altra.
Si è detto anche delle mutazioni subite dal corso del Grande fiume in passato e che ampiamente hanno influito anche sul destino di non pochi centri andati poi distrutti. Interessante, a riguardo, è la testimonianza di un navarolo di Casalmaggiore, Bono Giovanni Bongiovanni, che in antichi documenti, narra di quattro mutazioni del corso del Po avvenute in meno di cinquant’anni: “al principio – scrive – il corrente del Po veniva giù dietro le Brancere del Cremonese, venendo a dar dietro est di sopra la piarda de l’Ongina del Parmigiano, venendo giù dietro quella piarda sino alla Casa del Recardino sul Parmigiano, si levava poi di lì et andava a dar dal lato cremonese di sotto del Mezano del Pesso… andando giù sino alla piarda del Somma del Cremonese. Et questo può essere da 45 anni in qua; et da quel tempo da sette o otto anni di poi, il Po fece una rotta a Soartia e si buttò verso la piarda del Pesso, et andava giù dietro la piarda un gran pezzo e poi voltava et andava a battere di sotto un poco dalla rocca di Polesino, andando giù di mano alla piarda dei Spini sil Parmigiano…A questa seconda mutatione che io ho detto, all’hora vi apparve quel Mezanino et di lì due o tre anni, venendo pure il…Po di sotto da detta rocca…andò mangiando su di mano in mano addosso a detta rocca, a tal che diede nella rocca et la portò via. Abbandonò di poi circa dieci anni detto luogo ov’era la rocca et si voltò verso il Cremonese dove va al presente…”.
La seconda mutazione di cui parla Bono Giovanni Bongiovanni è quella del 1528-1529 quando il canale maggiore del fiume si spostò più a Sud ed il coso prese una direzione diversa. Durante una piena si allontanò da Farisengo e, immessosi repentinamente nel Rebenzone, un fossato di scolo delle acque che attraversava il territorio palla vicino seguendone l’andamento. Con gli anni il vecchio alveo era stato del tutto abbandonato, al punto che gli si era dato il nome di Po Morto. Nei secoli seguenti ci furono parecchi altri e importanti mutamenti che causarono profonde modifiche ai territori emiliani e lombardi, ed ai loro abitati.
Quando si parla di Brancere è necessario fare riferimento anche alle vicende storiche della dirimpettaia località piacentina di Soarza la cui parrocchia ebbe, in epoca remota, una propria giurisdizione che si estendeva anche all’Oltrepò cremonese, comprendendovi appunto la zona di Brancere e la sua chiesa, che allora era un semplice oratorio. Una investitura del vescovo di Cremona datata 5 aprile 1014 a favore di una famiglia soarzese di origine longobarda (che si può trovare nel “Codex diplomaticus Cremonae” dell’Astegiano) parla di un appezzamento di terreno in luogo “cum capella”: questa era probabilmente una delle numerose cappelle mariane erette dai fedeli in prossimità del Grande fiume per invocare la protezione della beata Vergine Maria dalla minaccia costante delle acque.
Il Campi, nell’Historia Ecclesiastica di Piacenza accenna tra l’altro ad una contestazione confinaria sorta tra i vescovi di Cremona e di Piacenza nel 1180, che coinvolse gli arcipreti di San Martino in Olza e di San Giuliano Piacentino, precisando che la causa fu rimessa ai rettori delle chiese di Soarza (Bernardo) e di Vidalenzo (Oddone). A Brancere esisteva un oratorio pubblico, eretto sotto il titolo dell’Ascensione di Nostro Signore, che era sussidiario della parrocchiale di Soarza. Con decreto del 16 marzo 1714 il vescovo diocesano Adriano Sermattei, accogliendo le istanze della popolazione, eresse Brancere in parrocchia, smembrando totalmente il suo territorio da quello della parrocchia piacentina di Soarza. La perdita di una ragguardevole porzione di territorio fu però largamente compensata dal Po. Infatti, per un prolungato fenomeno di accessione verificatosi a decorrere da inizio Ottocento, Soarza acquisì la zona situata ad est dei cavi Morta e Fontana: una larga e profonda fascia, in buona parte boschiva, ma con vaste oasi coltivate facenti capo alle cascine Bella Venezia e Motta. Inoltre il 6 maggio 1896, il vescovo Tescari, con atto a rogito Guido Cremonini, ottenne con lettere apostoliche lo smembramento dalla parrocchia di Brancere (già rimessa nel 1820 alla giurisdizione episcopale cremonese) dell’Isola Costa e la sia aggregazione alla parrocchia di Soarza. Soarza che vantava una chiesa già intorno al Mille, poi demolita nel 1927.
Altra chiesa, non distante dall’area in cui sono riemerse le mura, da tempo finita in Po, è l’antica parrocchiale e plebana di San Giuliano Piacentino di cui si ha notizia fin dal 916. Questa chiesa fu demolita per corrosione del Po nel 1180; ma le possibilità che le mura riaffiorate possano appartenere a quell’edificio sono più che remote.
Resta in piedi, sulle rovine, anche un’altra ipotesi, tuttavia poco probabile e cioè che quei resti possano appartenere al remoto abitato di Vacomare, altro borgo scomparso da secoli, totalmente eroso dal Po, in cui sorgeva uno Xenodochio (vale a dire una struttura di appoggio ai viaggi nel Medioevo, adibito a ospizio per pellegrini e forestieri) con chiesa intitolata a Santa Maria di Spineta. Chiesa e xenodochio di cui da tempo (come del resto del borgo) si sono perse le tracce.
Di Vacomare, della chiesa di Santa Maria di Spineta e dello Xenodochio si parla diffusamente nei libri della collana “Nelle terre dei Pallavicino” del compianto professor Carlo Soliani, insigne studioso di storia dei nostri territori, autore di importanti pubblicazioni. In un atto del 1334, Matteo Da Segalaria, sacerdote di Parma e titolare di un beneficio nella chiesa di Pieveottoville, per incarico del vescovo di Cremona, Ugolino di San Marco, inserì nel possesso dell’ospedale di Santa Maria di Spineta, situato appunto in Vacomare, e dei relativi diritti spirituali, Antonio Riccardi di Crema, precedentemente eletto rettore e amministratore del medesimo ospedale dallo stesso vescovo mediante investitura ad anello aureo. Nel 1336, invece, Pietro Giovanni Tagliabuoi donò ai frati del Consorzio dello Spirito Santo di Cremona una pezza di terra di due pertiche, coltivata a viti, posta nel territorio di Santa Croce Oltre Po, in località Vacomare (con atto notarile firmato da Corrado Lacma). Nel 1358 la signorina Agnesina, figlia del fu Antonio Bottioni detto “Inthocus”, legò agli stessi frati del Consorzio dello Spirito Santo di Cremona, due pezze di terra, una delle quali in località Vacomare.
Altri atti relativi a terreni di Vacomare risalgono agli 1361, 1367, 1371, 1374 e 1376. E’ inoltre ceto che lo Xenodochio esisteva ancora nel 1385 e pagava all’Episcopio di Cremona il censo di “Libram unam cere nove”. Interessante anche un atto del novembre 1458 in cui Cabrino, Galeotto, Duxino Sommi, a proprio nome ed anche a nome di Aimerico, Cristoforo e Giorgio Sommi, chiedono il rinnovo dell’investitura dei feudi ai loro antecessori, e in particolare di Pieveottoville con i relativi diritti di riscossione delle decime nei luoghi di Parasacco, Zibello, Isola Guidoni, Vacomare, Po Morto, Saliceta, Ardola di Altavilla, Isolello e Carpaneta, a Giovanni Maria Imerici di Ferrara, luogotenente di Bernardo Rossi, eletto amministratore dell’episcopio e futuro vescovo di Cremona, e a don Filippo Schelini, vicario del suddetto vescovo.
Meno probabile, ma comunque plausibile,e affascinante, la possibilità che le rovine riemerse possano appartenere alla scomparsa Vacomare oppure, perché no, alle località, altrettanto scomparse, di Ripavetere e di Campomascolo.
L’ipotesi più accreditata, come accennato inizialmente, sembra restare quella legata a Polesine di San Vito. Un tempo, come ricorda anche Dario Soresina nella sua Enciclopedia Diocesana Fidentina, di Polesine ne esistevano di fatto due: Polesine dè Manfredi, situata nei pressi di Stagno Parmense (vicino a Roccabianca) e Polesine di San Vito, situata invece nelle immediate vicinanze dell’attuale Polesine Parmense. La prima (Polesine dè Manfredi) con chiesa dedicata a San Martino sottoposta alla giurisdizione della pieve di San Genesio (San Secondo Parmense) e l’altra con chiesa dedicata ai santi Vito e Modesto, sottoposta alla pieve di Cucullo (Pieveottoville) in diocesi, allora, di Cremona. Polesine dè Manfredi scomparve a causa delle erosioni create dal Po: il Della Torre, in un suo manoscritto del 1564 che elenca le chiese, i monasteri ed i benefici esistenti a quella data nella diocesi di Parma cita la sua chiesa quale “Ecclesia Polesini curata”, da molti anni occupata dai cremonesi aggiungendo la seguente postilla “Quae noncupabatur Polesini Manfredorum et erat in Parmensi, sed Ecclesia et tita villa fluit a flumine Padi consumpta et exportata: ideo de ea nulla est habenda ratio”.
L’ultimo atto che faccia esplicito riferimento al paese è del 12 luglio 1219 (L. Astegiano: Codex diplomaticus Cremonae, vol.II, pag.137) e riguarda il pagamento di dazi al vescovo di Cremona, che esercitava nella zona anche potere temporale. Nell’opera dell’Astegiano tanti sono i riferimenti anche a Polesine di San Vito, a partire dal 1186, ma in nessuna delle pergamene comunali pubblicate è citata la sua chiesa, tradizionalmente ritenuta di antica fondazione. Bisogna arrivare alla bolla di Eugenio IV del 9 luglio 1436 che vederla figurare, per la prima volta, accanto alle chiese della diocesi cremonese, che erano sottoposte alla collegiata di Busseto, eretta su istanza di Orlando Pallavicino, feudatario del luogo, e da lui ampiamente beneficiata.
La storia informa che la prima chiesa parrocchiale di Polesine di San Vito venne demolita nel 1400 perchè gravemente danneggiata dalle acque del Po. La successiva, costruita intorno al 1400 in sostituzione della precedente, fu a sua volta distrutta dalle acque del Po nel 1720. E’ tra l’altro certo che il Marchesato di Polesine e Santa Franca ebbe un castello, come informa anche Guglielmo Capacchi nel suo libro “Castelli Parmigiani”. Castello ce era posto a difesa di quell’importante porto fluviale che si apriva immediatamente a nord ovest del “Palazzo delle Due Torri” (l’odierna Antica Corte Pallavicina). Fonti storiche alla mano, un duplice ordine di fortificazioni esisteva in Polesine poiché il trattato di pace e di alleanza tra il Duca di Milano Filippo Maria e il Marchese Orlando Pallavicino del 5 gennaio 1431 parla espressamente di “castrum et rocha Polesini” lasciando intendere che l’abitato intorno al porto era cinto di mura e difeso da una piazzaforte. Polesine di San Vito, nel corso dei secoli, di fatto fu due volte spazzato via dalle acque del Po e poi ricostruito.
L’attuale paese è, in pratica, il terzo ed è stato realizzato a maggiore distanza dal fiume e, quindi, in un luogo più sicuro. Il tutto grazie all’iniziativa del marchese Vito Modesto Pallavicino, ultimo signore di Polesine, sepolto sotto il presbiterio dell’attuale chiesa dei santi Vito e Modesto. Per entrare maggiormente nelle pieghe della storia va ricordato che agli inizi del XVI secolo il fiume spostò il suo letto più a sud, fino a lambire le fondamenta della rocca, che nel 1547 crollò e la stessa sorte toccò pochi anni dopo anche alla chiesa costruita da Giovan Manfredo nei pressi dello stesso maniero Successivamente il fiume riprese il suo corso e il borgo di Polesine rifiorì, con la costruzione di abitazioni e di due palazzi marchionali; la situazione precipitò ancora agli inizi del XVIII secolo, quando il Po deviò nuovamente verso sud e, straripando, distrusse nel 1720 la cinquecentesca chiesa di San Vito e, alcuni anni dopo, il palazzo delle Fosse, residenza di Vito Modesto Pallavicino. Quest’ultimo finanziò i lavori di costruzione di una nuova chiesa (l’attuale) in una posizione più distante dalla riva, fulcro dello sviluppo successivo del paese. Vito Modesto morì nel 1731, nominando erede universale il “ventre pregnante” della moglie, che tuttavia partorì una femmina, Dorotea e, quindi, il feudo fu assorbito dalla Camera ducale di Parma, che lo assegnò, unitamente a Borgo San Donnino, alla duchessa Enrichetta d’Este, vedova del duca di Parma e Piacenza Antonio Farnese.
Il legame tra Polesine e il fiume è sempre stato molto profondo, lo si intuisce fin dal nome stesso del paese, che potrebbe derivare dal latino “Laesus a Pado” , vale a dire “distrutto dal Po”. Scritta, questa, che era stata inserita anche nello stemma dell’ex comune di Polesine Parmense (fuso da alcuni anni con quello di Zibello). Stemma su cui comparivano anche il dio Eridano, personificazione del fiume Po, il castello a rappresentare il Palazzo delle Due Torri (l’odierna Antica Corte Pallavicina) considerato il simbolo del paese; l’aquila e lo scaccato simboli dei Pallavicino, signori del luogo fino al XVI secolo. E’ più che probabile quindi che le mura emerse in questi giorni possano appartenere a una delle due chiese, a al vecchio castello, sommersi dalle acque del Po. A questo proposito va ricordato che, negli anni Ottanta del Novecento, un palombaro venne inviato a far esplodere, in acqua, i resti degli antichi edifici che ostruivano il passaggio delle bettoline. Parte di questi resti si trovano tuttora dietro al vecchio municipio di Polesine Parmense e sono in condizioni a dir poco vergognose, del tutto abbandonati, più volte trattati come ruderi qualsiasi, utilizzati in qualche occasione anche come “vespasiano” o ricettacolo di rifiuti. Incredibile, e disdicevole, il fatto che ad oggi nessuno abbia mai pensato a sistemare un semplice cartello indicando di cosa si tratta e inserendo un minimo di storia. Altri compongono invece la massicciata che delimita il corso del Po in territorio di Stagno Lombardo e sono ben visibili specie nei periodi di magra, come quello attuale e, come sostengono alcuni anziani del luogo, parte di questi resti in passato sarebbero stati trasportati di fronte a Isola Giarola.
Le ipotesi, dunque, si sprecano, il mistero resta. Il fiume, nel suo incedere costante e nel suo straordinario silenzio, continua sempre ad essere uno straordinario scrigno di storia, ed un protagonista assoluto dei nostri territori.
Con la speranza, chissà, che qualche verifica possa dare risposte in più sulla “paternità” di quelle rovine.
Infine, a proposito di antiche strutture riemerse, molto più a monte, tra Corte Sant’Andrea e Boscone Cusani, sono riemerse le rovine delle prime abitazioni del Boscone che venne fondato verso fine 1600, ma anche quelle di Casa Nuova Gerra e delle Gabbiane su cui sono in corso studi, verifiche e approfondimenti da parte di Umberto Battini, insigne studioso di storia locale ed esperto conoscitore del Grande fiume e del suo passato.
Eremita del Po, Paolo Panni